lunedì 11 dicembre 2017

Apollo 13 e un fallimento di grande successo

Con un interesse sempre minore da parte del pubblico, che ormai si era stancato dei “noiosi” viaggi lunari, Apollo 13 decollò l’11 aprile 1970 alle ore 13:13, sfidando tutta una serie di superstizioni che circondano il numero 13 nella cultura anglosassone.
Sfortuna volle, però, che nel mezzo della traversata, durante un normale rimescolamento dei serbatoi di ossigeno, una serpentina difettosa si staccò e produsse una scintilla che fece esplodere uno dei quattro serbatoi, danneggiò seriamente l’altro che in poco tempo si svuotò e costrinse gli altri due alla chiusura forzata.

Il lancio di Apollo 13
È entrata nella storia la comunicazione con cui Jim Lovell avvertì il controllo missione, con voce apparentemente fredda e distaccata, che qualcosa di grave e inaspettato era successo all’astronave: “Ok Houston, abbiamo avuto un problema”.
Ci vollero interminabili minuti per comprendere la gravità della situazione, così imprevedibile che inizialmente si pensò a un errore del computer di bordo. In effetti, cos’altro pensare leggendo improvvisamente sul monitor oltre 30 messaggi d’errore e una presunta quadrupla avaria?
Sfortunatamente non fu così, se non altro perché l’astronave era completamente fuori controllo e gli astronauti a bordo stavano pure osservando dall’oblò del gas incolore uscire dalla parte posteriore del modulo di servizio: il prezioso ossigeno.

La chiusura di tutti i serbatoi di ossigeno lasciò al modulo di comando solamente pochi minuti di aria e causò l’interruzione dell’alimentazione elettrica (che utilizzava proprio l’ossigeno), temporaneamente provvista dalle batterie di emergenza.

In poco tempo Apollo 13 si trasformò in una disperata missione di salvataggio.
Non solo la Luna non si sarebbe potuta raggiungere, ma sarebbe stata una sfida riportare a casa sani e salvi gli uomini a bordo. Con il modulo di comando che sarebbe presto diventato inabitabile, i dati del computer di bordo furono trasferiti in quello del LEM, che diventò una scialuppa di salvataggio.

Per riportare gli astronauti sani e salvi fu deciso di far loro raggiungere l’ormai vicina orbita lunare e accendere il razzo nel lato nascosto della Luna, proprio come nelle normali missioni. Il problema era il motore del modulo di comando: se fosse rimasto danneggiato, la sua accensione avrebbe potuto distruggere l’astronave. Si decise allora di eseguire la manovra utilizzato il LEM e il motore che doveva scendere sulla Luna. Ma un’operazione del genere non era mai stata tentata fino a quel momento e non si era sicuri dell’esito positivo. Tutto questo, inoltre, sarebbe avvenuto durante il black-out delle comunicazioni che si verifica quando la Luna si frappone tra l’astronave e la Terra. Fortunatamente la manovra riuscì, ma i problemi di Apollo 13 non erano di certo finiti.

Con la poca alimentazione elettrica del LEM, gli astronauti furono costretti a spegnere tutti i sistemi non essenziali, tra cui l’impianto di riscaldamento, passando interminabili giorni con temperature di alcuni gradi sotto lo zero.
Il LEM, inoltre, era stato progettato per ospitare due astronauti per due giorni, ora invece ve ne erano da mantenere in vita tre per quattro giorni.
Uno dei problemi principali fu rappresentato dai filtri per lo smaltimento dell’anidride carbonica, che non erano sufficienti per tre persone. Quelli del modulo di comando non potevano essere adattati al LEM perché di forma diversa.
I tecnici a Terra trovarono una soluzione spartana ma efficace per l’adattamento, utilizzando nastro adesivo, bustine di plastica e un calzino, tutti i pochi materiali a disposizione degli astronauti nell’astronave Apollo.
Seguendo passo passo le istruzioni comunicate in tempo reale, gli astronauti riuscirono ad adattare i filtri ed evitare una fine scontata e ormai prossima.

Un altro momento delicato fu la correzione di traiettoria che si rese necessaria a circa metà della traversata. Senza l’aiuto del computer di navigazione che avrebbe consumato le ultime risorse energetiche rimaste, gli astronauti dovevano accendere per 36 secondi il motore del LEM e pilotare manualmente l’astronave, prendendo come riferimento la Terra visibile in uno degli oblò.
Se gli astronauti non fossero riusciti a mantenere la rotta, non avrebbero mai più fatto ritorno a casa e niente e nessuno li avrebbe potuti soccorrere.

Se volare manualmente nello spazio senza possibilità di sbagliare non fosse già abbastanza rischioso, la situazione era resa ancora più pesante e incerta dal fatto che i motori del LEM non erano stati mai testati per una seconda accensione. Si sarebbero quindi riaccesi? Avrebbero resistito a un nuovo e forte sollecito, dopo il già grande stress a cui erano stati sottoposti per abbandonare l’orbita lunare? Fortunatamente anche questa manovra riuscì tra la tensione degli astronauti e l’apprensione dei tecnici del controllo missione. Il piccolo LEM Acquarius si era dimostrato più resistente e affidabile di quanto pensassero gli stessi ingegneri che lo avevano costruito.

Superata con successo questa delicata manovra, l’astronave Apollo sarebbe di certo tornata sulla Terra, ma le incognite in merito alla reale sopravvivenza degli astronauti erano ancora numerose. Lo scudo termico del modulo di comando, estremamente delicato e così vicino al luogo dell’esplosione, era stato danneggiato? Le batterie di rilascio dei paracadute, necessarie per frenare la discesa, erano ancora cariche dopo i giorni passati a diversi gradi sotto zero?
La condensa all’interno del modulo di comando avrebbe mandato in corpo circuito tutto il sistema, una volta riattivato per le operazioni di rientro in atmosfera?
Trovare risposta a tutti questi interrogativi non era comunque utile, poiché nessuno avrebbe potuto intervenire per sistemare il problema.
I tecnici del controllo missione cercarono di rincuorare gli astronauti e scelsero di non comunicare tutte le variabili che rendevano piuttosto incerta la loro sopravvivenza.

Il modulo di servizio di Apollo 13 semi distrutto dall'esplosione, dopo essere stato sganciato poco prima del rientro in atmosfera.

Con l’ingresso nell’atmosfera terrestre a decine di migliaia di chilometri l’ora, le comunicazioni tra il modulo di comando e i tecnici si interruppero, come previsto. In queste delicate fasi, il forte disturbo dell’atmosfera terrestre, che riscalda lo scudo termico fino a oltre 1500°C, rende impossibile per circa 3 minuti ogni comunicazione radio. L’ansia e la preoccupazione dei tecnici seduti su quelle sedie diventate scomode raggiunsero livelli altissimi quando alla fine del previsto silenzio radio tutti i tentativi di contattare l’astronave fallirono. Nessuna missione aveva avuto un blackout radio per più di tre minuti.
Quando il silenzio arrivò a ben cinque minuti, molti ormai pensarono al peggio. L’astronave era stata disintegrata nel rientro in atmosfera?

Una flebile speranza cominciò ad accendersi quando gli uomini addetti al recupero avvistarono il modulo di comando, che lentamente scendeva con i paracadute spiegati. Purtroppo, ancora nessun segnale radio proveniva dall’abitacolo della capsula Odyssey che sembrava scendere quasi a tempo di una tristissima marcia funebre. Ma dopo oltre sei interminabili minuti di silenzio, finalmente il saluto del capitano Lovell interruppe l’angoscia della sala di controllo e la litania dell’addetto alle comunicazioni che cercava ancora di mettersi in contatto con l’astronave, ripetendo sempre la stessa frase ormai quasi priva di speranza.
Un applauso scrosciante salutò il tuffo del modulo di comando Odyssey nell’Oceano Pacifico, ponendo fine all’avventura più pericolosa della storia dell’astronautica.
La missione Apollo 13 fu l’unica a fallire l’allunaggio, ma i tecnici della NASA la definirono un fallimento di grande successo.


Per approfondire: 

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